Antonio Lubrano

Note su libro “Da Atella a Sant’Arpino”

di Antonio Lubrano *

 

  Vorrei mettere subito in luce un aspetto di questo libro che me lo ha fatto amare fin dalla prima volta che l'ho sfogliato ancora in bozza: la sua dichiarata fiducia nel passato. Solo indagando il passato, infatti, è possibile conquistare la consapevolezza del presente. E il libro vuole dimostrarlo.

  Attenzione! Questo saggio non è il solito osanna all'ieri – per intenderci: “tiempe belle 'e 'na vota/ ma pecchè nun turnate..” secondo la struggente canzone di Aniello Califano e Vincenzo Valente del 1916– ma vuole essere - ed è - una scrupolosa, tenace ricerca delle origini, all'onesto fine di spenderne bene l'eredità oggi. Una mission, o più italianamente  un obiettivo che, come vedremo fra un istante, è già perseguito qui a S.Arpino.

  Intanto confermiamoci nel significato di “atellana”. Deriva dal latino fabula ed è come sapete una forma primitiva di teatro comico popolare, figlia per così dire del fliàci greco, attore prevalentemente interprete di farse popolari, sicchè l'atellana stessa può semplificarsi nella farsa che chiudeva gli spettacoli nei teatri ellenici e più tardi romani. Chi erano i fliàci delle atellane? Maccus, Bucco, Pappus, Dossenus. Ovvero dei buffoni.

  E quando dico buffoni penso inevitabilmente ai tanti Maccus, Bucco, Pappus, Dossenus che giganteggiano nell'attuale panorama politico italiano. Con una differenza sostanziale: che quelle maschere non mi risulta che rubassero soldi pubblici, di sicuro non mangiavano ostriche come i Fiorito di oggi e i suoi simili.

  Perdonate la parentesi. Spendere bene l'eredità del passato: ebbene non è casuale che qui, in questo territorio tormentato, sia nata una rassegna teatrale nazionale come “PulciNellaMente” e viva e si sviluppi, pressocchè ignorata dai grandi mezzi d'informazione, da quattordici anni. Ciò che più conta, a mio avviso, è che la rassegna sia dedicata al teatro scuola, a quella scuola dove si formano i futuri cittadini e le loro coscienze. Un atto di coraggio,una sfida se vogliamo, in una società dove troppo spesso viene premiata la codardia. E che cosa c'è di più didattico del teatro con la sua  finzione? Attraverso la finzione /che rispecchia sempre la realtà /si capisce ciò che ci succede intorno. Cioè impariamo a vivere anche grazie al palcoscenico.

  Del resto, storicamente, tutto il teatro italiano, come quello dell'est e dell'ovest del mondo, deve essere grato a questa terra e agli Osci che inventarono le atellane.

  Il libro che Elpidio Iorio e Giuseppe Dell'Aversana danno alla luce dopo quattro anni di appassionata elaborazione, si impone all'attenzione anche per un'altra singolarità: esso dimostra che possiamo ancora salvarci come italiani. In che senso, voi direte.

  Cerco di spiegarmi. Viviamo una fase storica nella quale si sono persi tutti i punti di riferimento, i famosi valori, dai più antichi ai più nuovi; un'epoca nella quale prevalgono i furbi, gli egoisti, gli incapaci, i menefreghisti; un'età in cui le sorti stesse del Paese sembrano distanti dagli interessi di una ben individuata classe dirigente che è arrivata al potere con la sua sfacciata incultura.

 E dunque dove/ è ancora possibile reperire l'orgoglio dell'appartenenza, il sentimento delle radici? Nel paese con la pi minuscola, nelle nostre piccole comunità, come appunto Sant'Arpino. Ebbene, se qui avete sentito l'esigenza di risalire all'alba della storia, alle origini di ognuno, vuol dire che tutti noi abbiamo ancora voglia di ritrovare un'identità pulita, di sentirci italiani nel significato più nobile della parola, prima che campani.

  Mi ha colpito, poi, un drammatico interrogativo che scaturisce da certe pagine, sebbene non sia esplicito. Richiamando l'azione svolta da Giorgio Napolitano, come deputato, in favore dei coltivatori di canapa sfruttati dai proprietari terrieri, gli autori mettono l'accento sulla grande città che colpì l'Italia intera, dal nord al sud, nel 1945, quella siccità che ebbe come conseguenza finale la scomparsa stessa della coltivazione. Oggi siamo appena usciti da una lunga estate torrida che ha bruciato le vigne, inaridito gli ulivi, sfregiato le verdure,offeso i frutteti. Temperature fino a 40 gradi e oltre, come non se ne registravano da decenni, forse dal quello stesso 1945. Ecco, ci chiediamo: quale coltura, come la canapa, scomparirà di qui a poco?

 Vorrei indicare, infine, anche due difetti del libro, uno dei quali  in definitiva si trasforma in pregio. Primo difetto: è un librone, il suo volume può subito spaventare, intimidire. Tuttavia sfogliandolo si scopre una carta vincente che gli autori hanno giocato: il fumetto. Alcuni passaggi della ricerca sono sceneggiati da un abilissimo disegnatore a cui va il mio plauso e la mia stima di lettore. Dunque difetto-pregio. Secondo difetto, questo sì, invece, reale. Poiché Maccus è considerato il padre di Pulcinella, mi aspettavo di trovare un qualche  riferimento anche ad altri Pulcinella.

  Da una raccolta di filastrocche popolari ho appreso che esiste un pretendente alla mano della figlia di Pulcinella che si chiama Pacchesicco. Ma nel libro non c'è traccia del Pulcinella che campeggia nel mio studio a Milano, accanto al pancione del Maccus che mi è stato regalato qui a Sant'Arpino. Un Pulcinella donna.

*Giornalista – Conduttore televisivo

 

Francesco Paolo Casavola

La storia maestra di vita

di Francesco Paolo Casavola*

 

Chi immaginerebbe che "pulcinellamente", avverbio che rinvia ai modi di essere della più famosa maschera italiana, quel Pulcinella noto in Francia, dove prese il nome di Polichinelle, già sotto il regno di Enrico IV, dunque nella seconda metà del XVI secolo, e nel secolo seguente presente in Germania, a Norimberga, Francoforte e Berlino, in Inghilterra a Londra, dove prende il nome di Punch, in Spagna ove è chiamato Pulchinelo, se lo si legge scandendo "PulciNellaMente" diventa una missione intellettuale, un imperativo come il dantesco "Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguire virtute e conoscenza", o addirittura il kantiano "Tu devi, tu devi"?

E invece in questa paradossale e giocosa combinazione di parole si stabilisce una suggestiva parentela tra l'antico zanni, simbolo della semplicità, ma anche della furberia e della saggezza, dell'umile gente del popolo, e l'uomo moderno che con gli strumenti della cultura allarga l'orizzonte delle conoscenze e della sua coscienza. Che cosa sono infatti le pulci nella mente se non curiosità, domande, stimoli di ricerca? A cominciare dalle cose, dai luoghi che ti stanno dattorno.

Sant'Arpino è il suono popolare del nome del Santo vescovo Elpidio, fondatore della nuova comunità cittadina accanto e in luogo della distrutta, antichissima, etrusca Atella, che, guarda l'onnipotente fantasia del caso, fu patria di quel Macco, personaggio della osca fabula atellana, sciocco, goloso e sempre bastonato, che sembra una forma archetipa del lontano discendente napoletano. Basterebbe la coppia Macco - Pulcinella per giustificare il titolo di questo volume "Da Atella a Sant'Arpino". Ma questa sarebbe solo una unica pulce, dotta nella storia antica e in quella dell'insediamento cristiano. Le pulci si inseguono nella mente degli autori del libro. Quasi volendo contarsi insieme ai tanti popoli che si susseguono proiettati dalla grande storia europea nella microstoria del casale e poi piccola città di Sant'Arpino: Longobardi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Borbone; fino a che non si arriva ad una continua linea padronale, iniziata da Alfonso Sanchez e sua moglie Caterina de Luna, che riempiono un apposito capitolo. E poi? Le pulci si fanno infinite.

Non sono più quelle che invocano ed evocano le lontananze italiche e romane e medievali. Sono quelle che cercano nei secoli a noi vicini pieni di vite individuali, ricche di ricordi. La storia si fa biografia. Vescovi, abati, avvocati, medici, magistrati, scultori, architetti, scrittori, sindaci. Che cosa c'è di più affascinante della storia di una comunità ripercorsa nel vissuto concreto dei suoi più eminenti cittadini? I nomi sono tanti e richiamano  talora nelle loro individuali, pubbliche e private esistenze, gigantesche vicende collettive, quali ad esempio la prima e la seconda guerra mondiale.

Il libro non è soltanto un documento di amore per una piccola patria, di cui gli autori possono giustamente menar vanto. E' un esempio di come si deve scrivere di storia non per erudire accademici, informare ceti politici e classi dirigenti, ma rendere consapevoli, prima che i popoli e le nazioni, gli abitanti dei luoghi per  quali la storia è passata traverso la vita di ciascun nostro antenato.

Forse e questo pensavano gli antichi quando salutavano la storia come maestra della vita, e volendo scrivere di re, di condottieri, di eroi, di filosofi e di santi, ne scrivevano le vite, talora parallele, proprio per ricavarne succhi educativi o insegnamenti morali. Oggi non più di un tal fine si tratta. Ma di imparare a leggere drammi e tragedie e non soltanto trionfi e conquiste, regresso e non soltanto progresso, fame e disuguaglianza e non soltanto benessere nel procedere delle storia degli uomini. E questa lettura sincera e non ideologica o idealizzata delle vicende umane non può che nascere dall'attenzione alle minime storie delle singole persone, che abbiano lasciato traccia nella memoria e nella umanizzazione delle loro comunità.

Ecco, il merito di questo libro è il ricordo di una dimensione individuale e comunitaria insieme del messaggio storico, che ciascuno di noi, lo sappia o no, lascia su questa terra. Nel caso, non sul globo terracqueo, ma in Sant'Arpino. A quando una pedagogia, che dall'età infantile a quella adulta e poi senile, a tutti insomma, insegni non soltanto guerre e paci, in cui la vita può essere rivissuta solo per la creatività narrativa di un Leone Tolstoi, ma le opere e i giorni di nostri concittadini? E attorno a loro capiremo, e non soltanto vedremo, il nostro paesaggio, le case, le piazze, le chiese, e rifletteremo, e non soltanto parleremo, sulla nostra lingua e il dialetto, e intenderemo le tradizioni, e meglio conserveremo l'amor di Patria e l'amor di Dio.

Intanto, cominciamo da Pulcinella, anzi da PulciNellaMente.

*Presidente Emerito Corte Costituzionale

Presidente onorario Istituto Treccani

Giuseppe Limone

UNA STORIA, UN MODELLO, UN METODO

ATELLA: DALLA VITA COME TEATRO AL TEATRO COME SPERANZA

di Giuseppe Limone*

 

Il racconto illustrato che qui si presenta è il frutto, concentrato e felice, di una fatica, di un’intuizione geniale e di una passione. Tre ragazzi della nostra epoca si sono immersi nella straordinaria impresa di farsi toccare da ciò che rappresenta la storia delle proprie radici. Si tratta di una storia lunga, ricca e concreta, fatta di uomini e di eventi che lasciarono sulla superficie dei ricordi comuni le orme dei loro nomi.

   Si tratta di una storia che riguarda un’illustre tradizione, quella dell’antichissima Atella, di una storia raccontata ai ragazzi d’oggi in testi e fumetti, con la passione di chi cerca di far risuonare daccapo le voci del passato e con l’intenzione di chi mira a decifrare nel tempo un unico fiume.

Ogni grande idea nasce non soltanto dal contenuto delle cose che dice, ma dai luoghi comuni che nega. In questo senso, il lavoro che qui si presenta nasce dalla negazione di tre luoghi comuni. Dalla negazione che ci sia una storia locale e una storia generale; dalla negazione che il fumetto sia un genere letterario inferiore; dalla negazione che la storia debba essere ripartita in epoche separate o ristretta negli eventi moderni e contemporanei. Tutta la storia degli uomini è un unico grande fiume, in cui si discernono correnti diverse, fatte di uomini concreti, di eventi che si connettono anche a secoli di distanza, individuabili con sempre nuove forme di sguardo.

Questo libro è, in questo orizzonte, la storia non solo di una sfida, ma di una fede. Una comunità cittadina viene guardata nei suoi 2500 anni di storia secondo il ritmo delle sue tradizioni teatrali, religiose, civili. Solo questa consapevolezza ha potuto condurre i tre autori a svolgere, in circa cinquecento pagine, uno straordinario lavoro di anni nella raccolta di fonti documentarie d’ogni tipo allo scopo di ricostruire criticamente uno sguardo più semplice e più complesso sulle radici non solo proprie, ma di tutti. Vediamo al rallentatore questa sfida, nei suoi tre passi essenziali.

   1) Non esiste una storia locale e una storia generale. Non è necessario qui ricordare l’importanza della sfida storiografica degli Annales per capire che non solo la cosiddetta “storia locale” deve rispondere ai criteri dettati dalla cosiddetta “storia generale”, perché è la stessa “storia generale” a dover continuamente esporsi alla sfida documentale lanciata dalle “storie locali”. Una massa nuova di dati provenienti da archivi locali può falsificare e riscrivere interi nessi della storia globale. Tutto ciò fa comprendere che esiste una sola storia, mentre sarebbe di statura intellettuale inferiore proprio quella che dividesse la storia in due serie, quella alta e quella bassa. Tutta la vicenda umana è fatta di uomini, di persone concrete, ed è a partire da questo luogo che occorre sempre daccapo riconoscere le proprie radici.

   2) Non esiste un genere letterario superiore e un genere letterario inferiore. Potremmo dire, senza timore di smentita, che la forma del fumetto può oggi esprimere meglio di tutte le altre lo spirito del nostro tempo, realizzando quella forma in cui la verità storica è sottoposta alla sfida della semplicità dei nessi e dell’autenticità dei vissuti quotidiani. Il fumetto può costituire oggi una scrittura alta, in straordinaria sincronia con il bisogno d’intelligenza che ci preme. Nel tempo nostro sono necessari l’aforisma e il fumetto. Nel tempo della velocità e della complessità il pensiero deve essere breve, bruciante, profondo. Deve occupare poco tempo nella trasmissione e lasciare molto tempo alla meditazione. Deve avere la semplicità folgorante che è difficile dare. L’aforisma e il fumetto sono stenografie dell’intelligenza fattasi lampo. Che penetra nella vicenda sprigionandone la trama. In questa luce, il fumetto può diventare uno sguardo nuovo e corsaro sulla storia. Già Enzo Biagi aveva genialmente intuito nella sua Storia d’Italia a fumetti l’importanza di questo sguardo. Urge, a nostro avviso, oggi anche una storia a fumetti del mondo globale, da cogliere nella trama semplice dei nessi nascosti nelle pieghe della complessità. Si tratta di una possibile opzione non solo stilistica, ma politica, filosofica e civile. Il fumetto è quella sfida che deve realizzare la semplicità. E, per essere semplici, bisogna essere intelligenti, ma soprattutto coraggiosi.

   3) Non esiste una storia antica separata da quella presente, perché, come già sapeva Walter Benjamin, in ogni evento del mondo vivono nessi invisibili con eventi del passato più antico, che possono irrompere in forma nuova in ogni momento del tempo.

Si badi. I tre passi metodici sopra indicati – la valorizzazione di una storia totale, la tesorizzazione del fumetto e la prospettazione della vicenda umana come unitario fiume che viene da antiche sorgenti – costituiscono un unico gesto di scrittura e di rappresentazione. In questo orizzonte, questa storia di Atella non è solo una storia di eventi e di persone, ma la storia di un metodo di pensiero e di scrittura. Lo stesso oggetto dello studio qui rappresentato si presta in maniera emblematica alla messa in luce del suo metodo. Atella è il suo oggetto originario: e atellana fu la tradizione che, attraverso epoche e persone diverse, espresse i significati più forti di un mondo che seppe essere, al tempo stesso, teatrale, religioso e civile. Lungo la storia di Atella (e di Sant’Arpino come sua componente specifica) entrano in campo uomini e donne capaci di rendere visibile il teatro della vita. La teatralità è stata sempre il proprio della tradizione atellana. Essa traspare in ogni momento dalle sue tradizioni, dai suoi eventi, dai talenti di coloro che l’hanno attraversata e rappresentata nel tempo. Si tratta di quella teatralità in cui si sprigiona la vita stessa, vissuta nei suoi tratti forti, nella trama delle sue relazioni e nella sua capacità di emergere sempre nuova dal fondo oscuro delle viscere. Nell’evento teatrale vero non si dà solo una rappresentazione di eventi e di maschere davanti a un pubblico che guarda, perché si mette in moto un circuito viscerale che realizza una relazione diretta fra attori e spettatori, elevando in modo esponenziale il livello della vita, in un gioco di “teatri nel teatro” a cascata, senza possibile fine. Nell’azione scenica in maschere, e ancor più in maschere fisse e a canovaccio, accade una teatralità esuberante in cui vive non semplicemente un fingere ma un fingere di fingere, ossia quell’irriflesso nel quale la vita vera dell’attore imperiosamente trabocca. Ma la teatralità della tradizione atellana si è scandita secondo modalità antropologiche paradossali e specifiche, perché ha mantenuto contemporaneamente il rapporto con la tradizione religiosa e con quella civile, cioè con una tradizione che ha il senso autentico della devozione comunitaria e con una tradizione che ha il senso mordace della critica di ogni potere. Si tratta di una struttura di ossimori comportamentali e creativi che a sua stessa insaputa si è fatta, nel corso dei secoli, teatro, sentimento religioso e rivolta civile.

In questo orizzonte di storia totale e di uomini singoli emerge forse un’ulteriore e nascosta verità: in ogni uomo concreto l’umanità comincia sempre daccapo e in modo sempre nuovo, in rete con tutti gli altri possibili uomini, passati, presenti e futuri. Tutto ciò contribuisce alla consapevolezza profonda della storia intesa come unico fiume di relazioni, in cui crescono persone che sempre daccapo le riscoprono e le rinnovano.

 Giuseppe Dell’Aversana, Elpidio Iorio e Elpidio Cinquegrana hanno lavorato per anni, su una massa documentaria immensa, a un sol fine: rendere visibili i modi in cui la storia si è fatta volti, la teatralità impegni, la religione solidarietà. Dentro la storia del popolo atellano si fa luce il più che bimillenario contributo di una forma dell’umano. In terra atellana vivono la passione delle tradizioni popolari e il culto dei morti. Gli atellani da sempre si raccontano gli apologhi di vita quotidiana dei loro avi. Atella è stata ed è patria di talenti, combattenti, benefattori, artisti, intellettuali, scrittori, spesso nascosti, qualche volta disseminati e lontani, ma sempre originali e appassionati. Ad Atella Virgilio lesse le sue Georgiche ad Augusto e la tradizione dice che, dopo la distruzione della città ad opera dei Vandali di Genserico, il vescovo Elpidio, venuto dall’Africa e scampato al mare, la rifondò. Il territorio atellano fu luogo di passioni repubblicane e di lotte operaie. La terra atellana, in cui vissero le comunità di Sant’Arpino, Succivo, Orta di Atella e Frattaminore, è stata ed è giacimento di sempre nuovi reperti archeologici e necropolitani. Essa è disseminata di tante piccole cappelle votive, di cui parlò anche Amedeo Maiuri nelle sue Passeggiate campane. La patria atellana ebbe sempre coscienza di sé nei talenti dei suoi figli. Così si sono sviluppati in essa centri di studi e di conservazione e sagre delle tradizioni. Sant’Arpino, figlia di questa storia, viene da una trasformazione del nome Elpidio. E Elpidio vuol dire speranza.

La teatralità atellana ha spaziato dalle antichissime forme delle Fabulae in maschere alla tragedia del santo protettore alla commedialità del Pulcinella alla carica farsesca della “Zeza” alla vitalità del carnevale popolare alla teatralità istintiva della vita quotidiana. Al fondo di ogni teatralità c’è una memoria. Nella sua capacità di essere memoria, questo libro è scritto in memoria di un figlio di Atella, innamorato delle sue memorie, Giovanni Pezzella, precocemente scomparso. Questo libro è uno stile di rilettura del passato per riaprirlo a chi ci seguirà. Questo libro è un laboratorio di ricostruzione, di scrittura e di metodo offerto non solo ai tempi presenti, ma a tutti i tempi futuri per un nuovo modo di sentire e di interpretare le radici. Un libro è un ponte fra generazioni. Una generazione è una costellazione di memorie, che riceve e tramanda rose. Rose come gioie e dolori; rose come scoperte e speranze; rose come ideali, passioni, talenti, opere, racconti di apologhi, battiti di cuori. Questo libro è un ponte fra le rose.

 

* Filosofo – Docente Seconda Università degli Studi di Napoli

 

 

 

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Vincenzo Mollica

La storia di un luogo è sempre fatta di un intrecciarsi di cultura, umanità, leggenda, sentimento, vita vissuta o immaginata, costume, tradizione, paesaggio, luce, aria, tutto racconta. La sostanza vera dell'uomo è puro racconto: vero, verosimile, fantastico, come insegna bene l'esperienza di PulciNellaMente, che illumina il presente specchiandosi nel passato per cullare il futuro. Ho tra le mani il volumone Da Atella a Sant'Arpino, che racconta il miracolo di una comunità vitale fin dalle sue radici e il sentimento che ti inonda è come se raccontasse la storia di una nazione intera, è come una chiamata a rapporto di tutti quelli che da quel luogo sono passati, come testimoni o protagonisti di una vita che valga la pena di essere vissuta. Bene hanno fatto Elpidio Iorio e Giuseppe Dell'Aversana a consumare molte delle loro ore e dei loro giorni a far rivivere le storie che li hanno portati ad essere quello che sono, sono stati e saranno. Per fare questa cavalcata nell'avventura umana hanno scelto come forma di espressione narrativa anche il fumetto affidandolo al segno naif e popolare di Elpidio Cinquegrana. Hugo Pratt diceva che il fumetto è letteratura disegnata e aveva proprio ragione, perchè delle tavole ben disegnate e ben raccontate possono far vivere di un popolo: gioia, inquietudine, dolore. Fin dalla notte dei tempi le prime espressioni che si conoscono dell'uomo passano attraverso il disegno:s egni sulla roccia che sono arrivati fino a noi e sembrano miracoli. Con questo stesso spirito vanno lette le pagine a fumetti contenute in questo libro, che fermano momenti di storia che sono stati vissuti con la passione e il cuore. Enzo Biagi per raccontare la sua Storia d'Italia scelse il fumetto, non lo fece a caso, lo fece perchè voleva divulgare la storia di una nazione che amava profondamente. Ho ritrovato la stessa voglia nelle pagine di questo volumone, nei suoi autori Iorio e Dell'aversana, nel suo fumettista Cinquegrana, la voglia di tenere vivo il fuoco della storia facendo crescere l'albero che lo alimenterà.

Vincenzo Mollica Scrittore - Giornalista Rai

Video: Presentazione del libro

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Giuseppe Dell’Aversana - 3485277383
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Elpidio Cinquegrana - 3406999705

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