Giuseppe Limone

UNA STORIA, UN MODELLO, UN METODO

ATELLA: DALLA VITA COME TEATRO AL TEATRO COME SPERANZA

di Giuseppe Limone*

 

Il racconto illustrato che qui si presenta è il frutto, concentrato e felice, di una fatica, di un’intuizione geniale e di una passione. Tre ragazzi della nostra epoca si sono immersi nella straordinaria impresa di farsi toccare da ciò che rappresenta la storia delle proprie radici. Si tratta di una storia lunga, ricca e concreta, fatta di uomini e di eventi che lasciarono sulla superficie dei ricordi comuni le orme dei loro nomi.

   Si tratta di una storia che riguarda un’illustre tradizione, quella dell’antichissima Atella, di una storia raccontata ai ragazzi d’oggi in testi e fumetti, con la passione di chi cerca di far risuonare daccapo le voci del passato e con l’intenzione di chi mira a decifrare nel tempo un unico fiume.

Ogni grande idea nasce non soltanto dal contenuto delle cose che dice, ma dai luoghi comuni che nega. In questo senso, il lavoro che qui si presenta nasce dalla negazione di tre luoghi comuni. Dalla negazione che ci sia una storia locale e una storia generale; dalla negazione che il fumetto sia un genere letterario inferiore; dalla negazione che la storia debba essere ripartita in epoche separate o ristretta negli eventi moderni e contemporanei. Tutta la storia degli uomini è un unico grande fiume, in cui si discernono correnti diverse, fatte di uomini concreti, di eventi che si connettono anche a secoli di distanza, individuabili con sempre nuove forme di sguardo.

Questo libro è, in questo orizzonte, la storia non solo di una sfida, ma di una fede. Una comunità cittadina viene guardata nei suoi 2500 anni di storia secondo il ritmo delle sue tradizioni teatrali, religiose, civili. Solo questa consapevolezza ha potuto condurre i tre autori a svolgere, in circa cinquecento pagine, uno straordinario lavoro di anni nella raccolta di fonti documentarie d’ogni tipo allo scopo di ricostruire criticamente uno sguardo più semplice e più complesso sulle radici non solo proprie, ma di tutti. Vediamo al rallentatore questa sfida, nei suoi tre passi essenziali.

   1) Non esiste una storia locale e una storia generale. Non è necessario qui ricordare l’importanza della sfida storiografica degli Annales per capire che non solo la cosiddetta “storia locale” deve rispondere ai criteri dettati dalla cosiddetta “storia generale”, perché è la stessa “storia generale” a dover continuamente esporsi alla sfida documentale lanciata dalle “storie locali”. Una massa nuova di dati provenienti da archivi locali può falsificare e riscrivere interi nessi della storia globale. Tutto ciò fa comprendere che esiste una sola storia, mentre sarebbe di statura intellettuale inferiore proprio quella che dividesse la storia in due serie, quella alta e quella bassa. Tutta la vicenda umana è fatta di uomini, di persone concrete, ed è a partire da questo luogo che occorre sempre daccapo riconoscere le proprie radici.

   2) Non esiste un genere letterario superiore e un genere letterario inferiore. Potremmo dire, senza timore di smentita, che la forma del fumetto può oggi esprimere meglio di tutte le altre lo spirito del nostro tempo, realizzando quella forma in cui la verità storica è sottoposta alla sfida della semplicità dei nessi e dell’autenticità dei vissuti quotidiani. Il fumetto può costituire oggi una scrittura alta, in straordinaria sincronia con il bisogno d’intelligenza che ci preme. Nel tempo nostro sono necessari l’aforisma e il fumetto. Nel tempo della velocità e della complessità il pensiero deve essere breve, bruciante, profondo. Deve occupare poco tempo nella trasmissione e lasciare molto tempo alla meditazione. Deve avere la semplicità folgorante che è difficile dare. L’aforisma e il fumetto sono stenografie dell’intelligenza fattasi lampo. Che penetra nella vicenda sprigionandone la trama. In questa luce, il fumetto può diventare uno sguardo nuovo e corsaro sulla storia. Già Enzo Biagi aveva genialmente intuito nella sua Storia d’Italia a fumetti l’importanza di questo sguardo. Urge, a nostro avviso, oggi anche una storia a fumetti del mondo globale, da cogliere nella trama semplice dei nessi nascosti nelle pieghe della complessità. Si tratta di una possibile opzione non solo stilistica, ma politica, filosofica e civile. Il fumetto è quella sfida che deve realizzare la semplicità. E, per essere semplici, bisogna essere intelligenti, ma soprattutto coraggiosi.

   3) Non esiste una storia antica separata da quella presente, perché, come già sapeva Walter Benjamin, in ogni evento del mondo vivono nessi invisibili con eventi del passato più antico, che possono irrompere in forma nuova in ogni momento del tempo.

Si badi. I tre passi metodici sopra indicati – la valorizzazione di una storia totale, la tesorizzazione del fumetto e la prospettazione della vicenda umana come unitario fiume che viene da antiche sorgenti – costituiscono un unico gesto di scrittura e di rappresentazione. In questo orizzonte, questa storia di Atella non è solo una storia di eventi e di persone, ma la storia di un metodo di pensiero e di scrittura. Lo stesso oggetto dello studio qui rappresentato si presta in maniera emblematica alla messa in luce del suo metodo. Atella è il suo oggetto originario: e atellana fu la tradizione che, attraverso epoche e persone diverse, espresse i significati più forti di un mondo che seppe essere, al tempo stesso, teatrale, religioso e civile. Lungo la storia di Atella (e di Sant’Arpino come sua componente specifica) entrano in campo uomini e donne capaci di rendere visibile il teatro della vita. La teatralità è stata sempre il proprio della tradizione atellana. Essa traspare in ogni momento dalle sue tradizioni, dai suoi eventi, dai talenti di coloro che l’hanno attraversata e rappresentata nel tempo. Si tratta di quella teatralità in cui si sprigiona la vita stessa, vissuta nei suoi tratti forti, nella trama delle sue relazioni e nella sua capacità di emergere sempre nuova dal fondo oscuro delle viscere. Nell’evento teatrale vero non si dà solo una rappresentazione di eventi e di maschere davanti a un pubblico che guarda, perché si mette in moto un circuito viscerale che realizza una relazione diretta fra attori e spettatori, elevando in modo esponenziale il livello della vita, in un gioco di “teatri nel teatro” a cascata, senza possibile fine. Nell’azione scenica in maschere, e ancor più in maschere fisse e a canovaccio, accade una teatralità esuberante in cui vive non semplicemente un fingere ma un fingere di fingere, ossia quell’irriflesso nel quale la vita vera dell’attore imperiosamente trabocca. Ma la teatralità della tradizione atellana si è scandita secondo modalità antropologiche paradossali e specifiche, perché ha mantenuto contemporaneamente il rapporto con la tradizione religiosa e con quella civile, cioè con una tradizione che ha il senso autentico della devozione comunitaria e con una tradizione che ha il senso mordace della critica di ogni potere. Si tratta di una struttura di ossimori comportamentali e creativi che a sua stessa insaputa si è fatta, nel corso dei secoli, teatro, sentimento religioso e rivolta civile.

In questo orizzonte di storia totale e di uomini singoli emerge forse un’ulteriore e nascosta verità: in ogni uomo concreto l’umanità comincia sempre daccapo e in modo sempre nuovo, in rete con tutti gli altri possibili uomini, passati, presenti e futuri. Tutto ciò contribuisce alla consapevolezza profonda della storia intesa come unico fiume di relazioni, in cui crescono persone che sempre daccapo le riscoprono e le rinnovano.

 Giuseppe Dell’Aversana, Elpidio Iorio e Elpidio Cinquegrana hanno lavorato per anni, su una massa documentaria immensa, a un sol fine: rendere visibili i modi in cui la storia si è fatta volti, la teatralità impegni, la religione solidarietà. Dentro la storia del popolo atellano si fa luce il più che bimillenario contributo di una forma dell’umano. In terra atellana vivono la passione delle tradizioni popolari e il culto dei morti. Gli atellani da sempre si raccontano gli apologhi di vita quotidiana dei loro avi. Atella è stata ed è patria di talenti, combattenti, benefattori, artisti, intellettuali, scrittori, spesso nascosti, qualche volta disseminati e lontani, ma sempre originali e appassionati. Ad Atella Virgilio lesse le sue Georgiche ad Augusto e la tradizione dice che, dopo la distruzione della città ad opera dei Vandali di Genserico, il vescovo Elpidio, venuto dall’Africa e scampato al mare, la rifondò. Il territorio atellano fu luogo di passioni repubblicane e di lotte operaie. La terra atellana, in cui vissero le comunità di Sant’Arpino, Succivo, Orta di Atella e Frattaminore, è stata ed è giacimento di sempre nuovi reperti archeologici e necropolitani. Essa è disseminata di tante piccole cappelle votive, di cui parlò anche Amedeo Maiuri nelle sue Passeggiate campane. La patria atellana ebbe sempre coscienza di sé nei talenti dei suoi figli. Così si sono sviluppati in essa centri di studi e di conservazione e sagre delle tradizioni. Sant’Arpino, figlia di questa storia, viene da una trasformazione del nome Elpidio. E Elpidio vuol dire speranza.

La teatralità atellana ha spaziato dalle antichissime forme delle Fabulae in maschere alla tragedia del santo protettore alla commedialità del Pulcinella alla carica farsesca della “Zeza” alla vitalità del carnevale popolare alla teatralità istintiva della vita quotidiana. Al fondo di ogni teatralità c’è una memoria. Nella sua capacità di essere memoria, questo libro è scritto in memoria di un figlio di Atella, innamorato delle sue memorie, Giovanni Pezzella, precocemente scomparso. Questo libro è uno stile di rilettura del passato per riaprirlo a chi ci seguirà. Questo libro è un laboratorio di ricostruzione, di scrittura e di metodo offerto non solo ai tempi presenti, ma a tutti i tempi futuri per un nuovo modo di sentire e di interpretare le radici. Un libro è un ponte fra generazioni. Una generazione è una costellazione di memorie, che riceve e tramanda rose. Rose come gioie e dolori; rose come scoperte e speranze; rose come ideali, passioni, talenti, opere, racconti di apologhi, battiti di cuori. Questo libro è un ponte fra le rose.

 

* Filosofo – Docente Seconda Università degli Studi di Napoli

 

 

 

Video: Presentazione del libro

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